PUNTO SOAVE - 2016
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Cucina

Novità

[ar-ti-gia-na-li-tà]

8 settembre 2016

 

L’altro giorno, curiosando qua e là in quella ragnatela gigante che è il web, ci siamo imbattuti sulla definizione di ARTIGIANALITA’, che vi riportiamo qui di seguito:

 

artigianalità

[ar-ti-gia-na-li-tà] s.f. inv.

 

  • Caratteristica di quanto non è prodotto industrialmente, ma è opera di artigiani; spesso, con valore limitativo, o spreg. rozzezza, approssimazione

 

Sulla definizione vera e propria nulla da dire, poi però ci è saltato all’occhio quel “o spreg.” che cattura di certo l’attenzione. Soprattutto quando sei un’azienda che fa dell’artigianalità (la prima definizione, ovviamente!) uno dei suoi fiori all’occhiello.

artigianalità

E allora tutti qui ci siamo chiesti: ma cosa passa per la testa di un cliente finale quando legge sul retro di una confezione “prodotto fatto a mano” (tralasciamo in questa caso il dove e da chi), o quando, dopo essersi lamentato per un prezzo a suo dire un po’ eccessivo, si sente rispondere che si beh, è perché è un prodotto artigianale e non si può pretendere diversamente? Si sa davvero chi è e come opera un artigiano?

Cerchiamo di rendervi il tutto più chiaro. La legge italiana, al riguardo, dice che

é imprenditore artigiano colui che esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare, l’impresa artigiana, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri ed i rischi inerenti alla sua direzione e gestione e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo

(legge quadro n. 443\1985 , art. 2)

L’artigiano, perciò, deve svolgere in misura prevalente il proprio lavoro, in altre parole deve creare il prodotto con le sue mani: una specie di artista, insomma.

Ma quindi il prodotto fatto a mano è tale quando al mondo se ne ritrova solo uno, unico ed inimitabile, vi chiederete voi? La risposta è no, non necessariamente. L’impresa artigiana può avvalersi del lavoro di più persone e anche di macchine (non immaginatevi le botteghe medievali, ecco!) e può produrre oggetti in serie ma deve avere un massimo di 22 dipendenti che seguiranno sempre e comunque solo una minima parte della produzione, la quale (e qui sta la differenza) prevede tassativamente l’intervento manuale dell’artigiano, che deve in ogni modo darne le direttive.

Ora che tutto è più chiaro, ritorniamo a quella seconda parte della definizione che vuole come altro senso del termine quello di rozzo e approssimato.39b4626f0a57bc87dbfdda88b008fd24

C’è un concetto, a nostro avviso, che troppo spesso sfugge: l’errore o la poca rifinitura non sempre è segno di approssimazione. In certi casi, e la produzione artigianale ne è un chiaro esempio, un piccolo difetto è espressione di una manualità e di una tecnica che per forza di cose si deve adattare alla materia prima, indice dell’utilizzo di strumenti tradizionali e di tecniche tramandate da generazioni.

Il prodotto artigianale finito che può vantare un’esecuzione perfetta esiste, certo, ma poi c’è il vassoio in legno con un piccolo nodo sul fondo, il vaso di porcellana dipinto a mano con una impercettibile sbavatura e via dicendo.

Noi con gli artigiani ci lavoriamo, siamo abituati a confrontarci con le loro idee, i loro metodi di lavoro unici ed inimitabili e le loro tempistiche. Rimaniamo sempre affascinati dalla maestria con la quale lavorano la ceramica, il legno o il vetro, e di una cosa siamo sicuri: ogni piccola irregolarità non è approssimazione, ma la peculiarità stessa del lavoro artigianale che, diciamocelo, è sempre un valore aggiunto.

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